Rebecca di Jasminka Domas

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January 16, 2017 by M

nella traduzione di Suzana Glavaš

Rebecca è un libro potente, che fa pensare, che deve far pensare. È la storia di una giovane donna, Rebecca Levi, ambientata a Zagabria, negli anni dolenti della guerra mondiale che, come ogni guerra, non merita le maiuscole né l’aggettivo “grande”, poiché la guerra non rappresenta che lo stato più miserabile della vita ed è sempre causata da interessi miserabili.

Zagabria, città meravigliosa e nascosta alla coscienza d’Europa, è descritta dall’autrice – e dalla mirabile traduzione di Suzana Glavaš – con profondo e partecipe respiro poetico, da cui il Lettore può intravedere il respiro dei viali e delle architetture liberty, espressione di uno stile internazionale che nel primo Novecento sembrava reclamare una nuova coscienza e una nuova disposizione d’animo, affrancamento dai lavori pesanti ormai risolti dall’automazione ed emancipazione sul piano intellettuale e spirituale.

La guerra ha tremendamente nascosto e dimenticato queste idee di emancipazione e di libertà, e i potenti d’Europa hanno preferito agli scioperi dei lavoratori in protesta la repressione con i manganelli dei nazisti e dei fascisti. Alcuni storici non escludono che il capitale ebraico, in una prima fase, abbia persino finanziato i nazisti per impedire l’avanzare dell’Internazionale Socialista e anche se questo argomento non trova adeguato sostegno nelle fonti – un ottimo articolo in proposito è stato scritto nel 2013 da Michael C. Piper, che destituisce di fondamento alcuni falsi miti – quel che resta è l’amarezza della verità storica, che a Zagabria indossò le tristi uniformi nere degli ustascia, la variante che il nazifascismo prese in quella parte d’Europa.

Il libro, come recita il sottotitolo “nel profondo dell’anima”, non va mai nella dimensione politica e sociale e preferisce restare nella dimensione intima dell’esperienza psicologica di Rebecca. L’impianto narrativo ricorda il celebre film “Il pianista” di Roman Polanski (tratto dal romanzo autobiografico di Władysław Szpilman) per la duplice ragione dell’inizio del racconto, che parte dai successi e dalle affermazioni nel mondo della musica concertistica e per il successivo sviluppo, che degenera nell’esperienza claustrofobica della solitudine e della reclusione nel silenzio. Rebecca è anche indipendente e autonoma da “Il pianista” , sia perché è antecedente al libro di Szpillman sia perché, paradossalmente, non è una storia vera ma una storia simbolica, una storia di storie, una storia di assonanze con tante vite che la Shoah ha estirpato, ha reso tremende, irriconoscibili.

Quest’ultima considerazione, delicatissima perché richiede l’esercizio di un senso critico che impone di elevarsi ad argomenti che hanno dimora in vette inaccessibili al pensiero ordinario, implica due gravi considerazioni, troppo importanti per non essere espresse, anche se possono avere conseguenze urticanti. La prima riguarda il rischio di rendere il racconto della Shoah manieristico e, pertanto, insincero. Questa riflessione è dura, perché contiene un’amarezza di fondo che deriva dal non essere rispettosa di quanto terribile è stato l’Olocausto. La seconda è legata all’insincerità di tutti coloro i quali, dopo gli eventi dell’Olocausto, si avvicinano troppo facilmente a Israele, cercando di trarre i vantaggi senza aver subito nulla degli indelebilii segni marchianti della Shoah.

Alla prima considerazione, che riguarda direttamente l’Autore e, per traslazione, il Traduttore dell’Opera, il romanzo risponde da sé, non soltanto attraverso la sua forza poetica interna, espressa attraverso un impianto che Baudelaire avrebbe definito “Petits poèmes en prose” racconti brevi da ciascuno dei quali si potrebbe trarre un autonomo cortometraggio e che, tutti insieme, inanellano una storia di senso compiuto che si manifesta nella completezza di un romanzo, di un viaggio dell’anima.

Anche per la seconda eccezione il romanzo risponde da sé con alcune righe, lasciate lì con apparente distrazione, per non pesare con eccessi filosofici o, ancor peggio, politici. Un riferimento apparentemente marginale ai discorsi del Sabato, discorsi differenti ripetto ai giorni normali, quando si parla di affari, di guadagni, di politica, come recita il testo: «i discorsi del Sabato diventavano per me ancor più interessanti. Talvolta iniziavano del tutto spontaneamente con qualche battuta di spirito o una disputa sull’ultimo articolo di Martin Buber o di Franz Rosenzweig sull’emancipazione e sull’assimilazione degli Ebrei. Sulle possibilità di un riconoscimento della vita degli Ebrei. Se in questi tempi moderni è necessario annullare il monopolio dei rabbini che fino ad ora sono stati gli unici ad essere qualificati a parlare del giudaismo».

Concludendo con l’affermazione che questo racconto non è soltanto un romanzo, volentieri allego un invito a leggere Rebecca, questo passionale e appassionante racconto che fatalmente si incide nel profondo dell’anima.

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