INTELLETTUALI DISORGANICI

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Il punto essenziale è che ci hanno rubato le parole.  Se dici “libertà”, oggi la parola è vuota, non significa nulla.  Se dici “protesta”, “contestazione”, “controcultura”, tutto questo non significa niente.  Non identifica alcun valore in cui riconoscersi, nessuna critica al sistema del potere, niente.  E’ il meccanismo della propaganda, mediante il quale il potere si appropria delle parole dei suoi oppositori e le utilizza a suo vantaggio, negandone il significato originario fino a svuotarle di ogni senso, di ogni carica emotiva, di qualsiasi valore simbolico.

Oggi i capelli lunghi hanno al massimo un valore estetico, il valore simbolico che avevano negli anni sessanta è irrimediabilmente perduto: e questo perché il sistema del potere ha assimilato tutto in modo seriale (la Factory di Andy Warhol racconta questo, essendo insieme testimone e strumento di questo processo), senza distinzione.

All’inizio, con la prima era della radio, la propaganda è stata il sistema per la diffusione del pensiero del potere, da imporre con l’uso della forza.  Propaganda era la politica culturale del nazismo e del fascismo.  Successivamente, con l’apparire della televisione, la propaganda ha compreso che il sistema delle comunicazioni di massa non necessitava più l’uso della forza per costruire subordinazione (sub-human level, dice Huxley), ma era sufficiente una pubblicità reiterata per generare bisogni indotti e desiderio di conformità nel popolo.

E’ attraverso questo sistema che le democrazie occidentali sono state drogate al punto da generare le “soft dictatorship” che hanno permesso a un manipolo di personaggi, spesso falsi e senza scrupoli, di guidare gli stati nazionali (e, in Europa, di impedire progressi significativi nel percorso di integrazione europea).  Questa situazione, non visibile finché l’Europa doveva ancora fare i conti con i fantasmi di due guerre mondiali e fin tanto che ha dato consistenza a politiche di welfare e di spesa pubblica, è emersa con drammatica evidenza a partire dagli anni ’80, quando Reagan (USA) e Thatcher (UK) hanno dato luogo a politiche di privatizzazione che hanno tolto soldi ai poveri per darli ai ricchi.  In Italia, non è un caso se a farsi avanti su questo terreno è stata la componente legata alle dinamiche eversive della P2, specie se si considera quale parola sia sottesa alla P che campeggia in questa sigla.

L’arroganza del nuovo liberismo finanziario è giunta oggi a una crisi generale del sistema che richiede nuovi punti di riferimento.  Per contrastare il dominio finanziario della speculazione occorre però che maturino le condizioni di quel che Gramsci definiva un nuovo ceto di intellettuali emergente dalla classe media, quello che Marx chiamava “general intellect” e quello che Hardt e Negri definiscono nuovo internazionalismo del lavoro di rete.  Tuttavia, a correzione di interpretazioni dottrinarie non volute e non cercate, non si potrà pendere esclusivamente verso la corrente del materialismo storico e della supremazia dell’interpretazione economica.  Già Mazzini, che dell’internazionalismo fu strenuo sostenitore, proprio nell’ora in cui il marxismo di maniera si imponeva, metteva in evidenza come sia un gravissimo errore dare al popolo un’idea di emancipazione che sia soltanto materiale e non anche spirituale.

La propaganda, però, ci ha rubato le parole.  Oggi intendiamo per illuminismo qualcosa di lontanissimo dal trionfo della ragione. Al contrario, invece dell’idea relativa alla capacità di formulare da sé le proprie idee, l’illuminismo, nel linguaggio della propaganda e della letteratura spazzatura che la sostiene, non sarebbe altro se non un nucleo di cospiratori che controllano il mondo.  In queste condizioni, è meglio rinunciare alla parola.

Anche “intellettuale” è una parola bruciata.  Tuttavia, possiamo rinunciare alla parola, ma non alla funzione, che è quella di organizzare il pensiero.

Oggi più che mai, perché Internet abbatte le barriere.  A differenza di appena 10 anni fa, oggi è dato a chiunque sappia leggere e scrivere di costruirsi una personalità capace di relazioni che vanno ben oltre i confini locali e, sapendo scrivere anche uno sgrammaticato inglese, è immediato poter strutturare relazioni internazionali cosmopolite.

Il punto decisivo è questo: invece di occuparsi dell’inessenziale, si tratta di strutturare la nostra libertà, i nostri diritti, verso una città globale.

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